La Rosa Nera

Angela Maria Santarosa

Sono una che crede alle cose impossibili, lasciate le vostre idiozie a casa vostra o nel vostro cesso

Non siamo fatti con lo stampino

E voi non capite niente.

Cosa mi posso aspettare da voi? Che giudichiate.
Che affondiate le vostre lame sottili in ciò che non vi somiglia.
Che delle differenze facciate tagli e cuciture da mercatino di paese, da salottino di donnine, da pettegolezzo unto di mediocrità.
Vi conosco. So bene come vi muovete. Guardate senza vedere, parlate senza capire.
Perché il vostro sguardo è corto, spento, privo di coraggio.

Ma io non voglio la vostra attenzione.
Perché voi non siete capaci di attenzione.
Non sapete cosa significhi guardare davvero: oltre l’apparenza, oltre il ruolo, oltre la paura.
Non sapete ascoltare. Non sapete accogliere.
Voi non capite nulla. Né di ciò che siete, né – soprattutto – di ciò che sono gli altri.
Vi basta un passo fuori dal vostro schema, e già costruite il patibolo.
Eppure vi riempite la bocca con parole come “rispetto”, “inclusione”, “empatia”.
Ipocrisie da vetrina.

Siamo differenti.
Non clonati.
Nemmeno due gemelli monozigoti sono uguali.
Ogni essere umano è un irripetibile mistero.
Ogni mente, un paesaggio che non potete attraversare senza perdervi.
Ma voi giudicate. Sempre. Ovunque.
Giudicate chi ama fuori norma, chi vive senza il vostro manuale, chi ha ferite visibili e non le nasconde.
Giudicate chi è stanco, chi è vero, chi non riesce più a fingere.

Io, invece, vi sto parlando.
Vi sto gridando addosso.
Perché forse – dico forse – qualcosa dentro di voi può ancora vibrare.
Io voglio attivarvi. Farvi tremare.
Non capite un articolo? Bene. Allora leggete voi stessi.
Leggete il vostro cuore rattrappito, il vostro silenzio che pesa, il vostro pensiero ammuffito.
Leggete la paura che avete di ciò che è vivo.

Perché condannate tutti quelli che sono differenti.
Ma vi siete accorti che sono differenti anche i vostri figli?
Quelli che dite di amare, ma che cercate di modellare.
Che accarezzate da piccoli, e poi schiacciate quando iniziano a pensare con la loro testa.
I figli che pretendete identici, muti, riconoscibili.
Mentre loro si spengono. Lentamente. In silenzio.
Li uccidete senza accorgervene. O forse sì.

Pensate a Giulia.
Quattordici anni. Un cuore pieno di mondi.
Si è buttata giù dal quarto piano.
Nessun biglietto. Nessun segnale evidente.
Ma il suo grido era da tempo in ogni silenzio, in ogni sguardo spento, in ogni “va tutto bene” sussurrato con le labbra tremanti.
E voi?
A piangere dopo, a dire “non lo sapevamo”, a cercare colpe fuori.
Ma la verità era davanti ai vostri occhi: non avete voluto vederla.

Io non sono qui per compiacervi.
Sono qui per dirvi che la diversità è l’unico respiro che ci resta.
Che la ripetizione è morte.
Che se non imparate a guardare davvero – con l’anima, non solo con gli occhi – perderete tutto.
Anche voi stessi.
Anche chi amate.

E allora vi chiedo solo questo.
Non lasciate che queste parole restino chiuse qui.
Se vi hanno bruciato, anche solo un poco, condividetele.
Per chi non riesce più a parlare.
Per chi si sente sbagliato.
Per chi è già sul bordo.

Portate questo grido dove c’è silenzio.
Siate voce per chi non ce l’ha più.
Siate occhi per chi non viene mai guardato.
Siate il cuore che ancora batte per chi lo ha perso.

Perché a forza di spegnere gli altri,
rischiate di non accorgervi che avete spento anche voi stessi.

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