La Rosa Nera

Angela Maria Santarosa

Sono una che crede alle cose impossibili, lasciate le vostre idiozie a casa vostra o nel vostro cesso

La frattura che non vogliono nominare

Il quadro politico emerso da questo referendum è molto più netto di quanto convenga ammettere. La riforma della giustizia sostenuta dal governo è stata bocciata con circa il 53,6% contro il 46,4%; l’affluenza si è attestata attorno al 58,9%, un livello alto per una consultazione su materia tecnica, ben superiore a molte tornate recenti. Il risultato si è distribuito in modo ampio sul territorio, senza restare confinato a un’unica area politica o geografica. Non stiamo parlando di una sfumatura. Stiamo parlando di un fatto politico pieno.

Nelle ore successive si è visto il solito copione. Il governo ha riconosciuto formalmente l’esito, ma lo ha rapidamente ricondotto a una dimensione tecnica, riducendone il peso politico; chi aveva sostenuto la riforma con maggiore forza ha ridotto l’esposizione; l’opposizione ha tentato di appropriarsi del risultato come se fosse un consenso pienamente suo; una parte del ceto politico si è sottratta; un’altra ha festeggiato trasformando un passaggio complesso in un atto di appartenenza. Nessuna di queste reazioni restituisce il senso reale di ciò che è accaduto.

Il punto da cui partire è un altro. Se davvero il problema fosse l’elettorato, come viene ripetuto da anni, questo referendum non avrebbe mai prodotto una partecipazione del genere. Non in queste condizioni. Non su un tema così complesso. E invece è accaduto.

Questo obbliga a ribaltare la lettura. La partecipazione non è scomparsa, è selettiva. Si attiva quando il contesto viene percepito come concreto, si ritrae quando viene percepito come costruito. È un comportamento adattivo. E riguarda anche chi non vota.

Gli astensionisti vengono raccontati in modo grossolano, come se fossero un blocco indistinto di persone disinteressate o ideologicamente contrarie a tutto. Non è così. In molti casi si tratta di cittadini che valutano il contesto e non lo trovano sufficientemente chiaro, coerente, affidabile. Non rifiutano la partecipazione. Rifiutano la modalità con cui viene richiesta.

Ci si astiene quando la formulazione non convince, quando il perimetro del voto appare ambiguo, quando il linguaggio non consente di comprendere fino in fondo le conseguenze. Non è un gesto vuoto. È una presa di posizione. È una sospensione:”

QUESTO È IL PUNTO.

Chi vota e chi si astiene partono dallo stesso punto: la valutazione del contesto.

Nelle ore successive al voto si è attivata una sequenza perfettamente leggibile. Prima la ridefinizione. Ciò che era stato presentato come decisivo viene ricollocato, ridimensionato, riportato a un livello tecnico. Poi la semplificazione opposta. Un risultato complesso viene reso lineare, attribuito, trasformato in un blocco politico compatto. Infine la sottrazione. Dove non è possibile intervenire, si riduce la presenza, si sospende il posizionamento, si lascia che il tempo consumi l’evento.

Queste tre operazioni (ridefinire, semplificare, sottrarsi) non sono casuali. Esse producono un effetto cumulativo.

Il linguaggio smette di descrivere e inizia a modulare. Le categorie non servono più a comprendere ma a spostare. La realtà non viene negata, viene continuamente riorganizzata.

Questa dinamica non nasce oggi. Esiste da sempre.

Ciò che è cambiato è la velocità.

Oggi la ridefinizione è immediata, la sovrapposizione dei messaggi è continua, la modifica del significato è costante. La tecnologia ha accelerato un meccanismo antico, comprimendo i tempi e amplificando l’effetto.

Dentro questo ambiente l’individuo non aumenta la capacità di analisi, la riduce. Non per limite personale, ma per saturazione. Quando però anche le semplificazioni non reggono, si verifica un passaggio ulteriore. Non si sceglie più tra le opzioni, si mette in discussione il sistema che le produce.

È qui che nasce la frattura.

Nasce nel momento in cui il cittadino non riesce più a collegare stabilmente ciò che accade con ciò che viene detto. Nasce quando il linguaggio perde continuità. Nasce quando il significato diventa variabile.

Ed è qui che il comportamento elettorale cambia forma. Non diventa più una scelta pienamente strutturata, diventa fragile. Non si abbandona la partecipazione. Ci si abbandona mentalmente alla partecipazione. Si vota o non si vota senza una base stabile di fiducia, senza una continuità tra giudizio e memoria.

Il referendum ha rappresentato una condizione diversa, una finestra percepita come più diretta, meno filtrata; per questo una parte dei cittadini si è attivata, mentre un’altra ha scelto di sospendersi.

Entrambe le scelte indicano la stessa cosa.

Non è il popolo a essere incoerente. È il contesto a non essere affidabile.

E quando un contesto non è affidabile, il problema smette di essere politico e diventa strutturale, perché non riguarda più una decisione, una riforma, un risultato; riguarda il rapporto stesso tra chi parla e chi dovrebbe riconoscere in quelle parole un riferimento stabile.

Nel momento in cui il significato viene continuamente spostato, nel momento in cui le categorie cambiano funzione a seconda della convenienza, nel momento in cui la realtà viene adattata invece che descritta, non si perde soltanto consenso; si perde la possibilità stessa di costruirlo in modo duraturo.

A quel punto il cittadino non si limita a scegliere o a rifiutare. Si protegge. Riduce l’adesione, sospende il giudizio, si sottrae quando necessario e partecipa quando intravede uno spazio reale, ma senza più concedere fiducia piena.

Ed è qui che la frattura diventa evidente.

Non perché qualcuno abbia vinto o perso, ma perché il sistema continua a funzionare come se nulla fosse, mentre il legame tra linguaggio e realtà si è già incrinato.

E quando quel legame si incrina, non esiste una relazione capace di ricomporlo, ma esiste una legge che impedisce a chi costruisce la comunicazione di non produrre errore.

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