La Rosa Nera

Angela Maria Santarosa

Sono una che crede alle cose impossibili, lasciate le vostre idiozie a casa vostra o nel vostro cesso

La violenza non ha genere

Monologo di un padre separato

Io sono Andrea, ho 43 anni. La mia vita è tutta in un sacco a pelo dentro la macchina. Ogni notte trovo un parcheggio diverso, ma è sempre la stessa storia: mi addormento col rumore del motore acceso e i pensieri che mi ronzano come mosche dentro la testa.

Mi hanno detto che sono un padre irresponsabile, che sono uno che “non si prende le sue responsabilità”. Ma io di responsabilità ne ho troppe. Ho due figli che vedo a malapena una volta al mese, se va bene. Li guardo con le lacrime in tasca, mentre la loro madre mi punta contro un fucile invisibile fatto di urla e accuse.

Mi dice che sono un fallito, che non merito di vederli. E lo fa sempre con la stessa voce, la voce che un tempo mi aveva promesso amore.

Non ho mai alzato le mani su di lei, mai. Ma lei, sì. Lei si buttava a terra come se fossi io a spingerla, mi lanciava piatti addosso, minacciava di togliere i bambini se solo provavo a parlare. Un giorno le dissi: “Non possiamo andare avanti così, voglio solo vedere i miei figli”. Lei mi rispose: “O come dico io, o niente. O paghi, o sparisci.”

E io, con uno stipendio da operaio, mi sono trovato a dover scegliere tra l’affitto e il mantenimento. Scegliere tra un letto e il diritto di essere padre. Ho scelto loro, ma adesso dormo qui, in macchina.

La gente pensa che sia una storia da cronaca nera solo quando il sangue scorre davvero. Ma la verità è che la morte può venire anche a gocce. E ogni giorno io muoio un po’.

Quando vedo i miei figli, cerco di sorridere. Ma dentro so che li sto perdendo. Perché lei non vuole che mi vedano. Non perché io sia pericoloso, ma perché così ha il controllo. Perché la violenza non è sempre fatta di pugni: a volte è fatta di parole taglienti, di sguardi di disprezzo, di ricatti che ti tolgono il sonno e ti svuotano l’anima.

Io lo so, non tutti sono così. Non tutte le donne sono così. Ma la mia lo è. E so che non sono l’unico uomo a vivere questo inferno silenzioso.

Perché di padri come me ce ne sono tanti. Uomini che si vergognano di dire che subiscono violenza. Che la violenza non è solo quella fisica, ma quella che ti fa sentire niente. Che ti toglie la voce, la dignità, la casa e l’amore.

E il peggio è che la gente non vuole ascoltare. “Gli uomini non possono essere vittime”, dicono. E invece lo siamo. Ma non c’è un centro antiviolenza per noi. Non c’è un rifugio dove possiamo andare a piangere. C’è solo la macchina, la Caritas e la vergogna.

Io so che tutto nasce dalla culla. Che sono le madri a decidere. Sono loro che ci crescono, che ci insegnano l’amore o l’odio. E se quella madre non sa amare, se quella madre non ha mai avuto amore, allora cresce figli che hanno paura di amare.

È un cerchio che non si spezza mai.

Ecco perché io voglio raccontarlo. Voglio dire che la violenza non ha un sesso, non ha un volto fisso. La violenza è dentro chi vuole dominare, chi vuole comandare con la paura.

Io sono un padre. Sono un uomo. Ma non sono meno fragile, non sono meno degno di rispetto. Voglio solo poter dire: “Sono qui. Voglio essere padre.”

E voglio che questa storia non resti chiusa nella mia macchina. Voglio che la ascoltino tutti, anche se farà male. Perché solo quando si ascolta, si può cambiare.

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