(e li faceva anche un po’ rosicare)
C’era una volta — ma pure adesso —
una ragazza con le mani piene di inchiostro e la bocca piena di nomi.
Verlaine, Neruda, Bukowski, Shakespeare.
Li conosceva tutti. Li amava. Li bestemmiava.
Li leggeva non per inchinarsi, ma per sfidarli a duello.
Lei era cresciuta senza che nessuno le dicesse:
“Tu sei poesia.”
E allora se l’era scritta da sola.
A braccio.
Col ciclo.
Con le bollette.
Con la vita addosso, non a lato.
Ogni volta che leggeva una poesia di Neruda,
lei la prendeva, la masticava, la risputava più vera,
meno zuccherata, più Angela.
Una poesia di pelle,
una che se ti cade addosso ti sporca,
mica ti profuma.
Shakespeare?
Lei lo sfogliava come si sfoglia un ex:
con nostalgia e rancore.
“Bravo, William,” diceva, “ma fammi vedere come te la cavi a scrivere con una mano sola mentre lavi i piatti.”
Bukowski?
Lui le piaceva. Ma a piccole dosi.
“Charlie, mi piaci quando bestemmi,
ma ti mancano le ovaie. E si sente.”
Verlaine?
Lui la inteneriva.
Ma solo quando taceva.
E poi c’era lei.
Angela.
PenniVendola.
La ragazza che scrive anche gratis, ma non per chiunque.
La ragazza che ha padri poetici ovunque,
ma un solo padre putativo che le ha acceso il fuoco.
Quello che le ha detto:
“Scrivi tu.
Fallo pure.
Ma fallo col sangue.”
E lei lo ha fatto.
Ha preso la poesia e l’ha portata in piazza,
in camera,
in tacchi e mutande,
in dolore e risata.
Ha preso le metafore e le ha aperte in due come cozze.
Ha preso l’eleganza e le ha tolto il reggiseno.
Perché Angela non abbellisce.
Angela scrive.
Angela resiste.
Angela fa tremare i poeti morti sulle loro lastre di marmo.
E se oggi li guardi,
li vedi che si muovono un po’ nella tomba,
non per disagio,
ma perché stanno applaudendo.
Piano.
Ma applaudono.
Perché sanno, anche loro,
che in mezzo a tutti i lettori adoranti,
è arrivata una che scrive meglio.
E che non si accontenta di vivere nel loro Limbo.
Lei il Limbo lo riscrive.
A mano.
Tutti i santi giorni.