La Rosa Nera

Angela Maria Santarosa

Sono una che crede alle cose impossibili, lasciate le vostre idiozie a casa vostra o nel vostro cesso

Ilarità a colori

Ovvero: come ridere mentre tutto brucia e restare vivi

Ilarità, dicevano i latini, viene da hilaris.
Un aggettivo gentile, apparentemente innocuo: lieto, sereno, luminoso.
Ma nessuno di loro, nemmeno Cicerone con le sue orazioni laccate,
poteva immaginare che hilaris, un giorno,
sarebbe diventato un atto di disobbedienza esistenziale.

Perché oggi, nel 2025, non c’è niente di più serio di una risata fatta bene.
Non c’è niente di più sovversivo di un corpo che si piega dal ridere mentre il mondo ti vuole in ginocchio.

L’ilarità vera non si improvvisa.
È una costruzione. Un percorso. Un linguaggio.
Non arriva per sbaglio. Non scivola. Non scorreggia.

Non è la scenetta da varietà,
non è la battuta da pausa pranzo,
non è il meme da condividere con l’ansia di sembrare brillanti.

L’ilarità è un’ascensione.
Si sale ridendo, con il fiato corto e lo stomaco in apnea,
come se ogni risata fosse una bestemmia necessaria lanciata contro il muro del buon senso.
Perché il buon senso uccide.
Uccide il pensiero, uccide il corpo, uccide la gioia vera.
E chi è ilare non lo tollera più.

Ilare è chi ha la luce, ma se l’è dovuta scavare con le unghie.
Ilare è chi non ha più bisogno di fingere equilibrio.
Ilare è chi ride con intelligenza, con dolore, con precisione.

C’è una risata che non è comica.
È chirurgica.
È come una lama nascosta in un abbraccio.
Una bomba che non fa rumore, ma trasforma la stanza.

Lì abita l’ilarità.
Nel momento esatto in cui il sistema pretende che tu stia zitto, e tu invece scoppi.
Scoppi a ridere non per scherno, ma per rivelazione.
Perché la verità è così assurda da non poterla dire se non ridendoci sopra.

Chi è ilare non ride per intrattenere.
Ride per colpire.
Per liberarsi.
Per sopravvivere.

Chi ride davvero è sopravvissuto a qualcosa.
Alla famiglia. All’educazione. Alle frasi giuste. Ai terapeuti. Alla fede.
Chi ride ha perso tutto, e poi ha ritrovato la lingua.
E quella lingua è il riso.

La gente non è più ilare.
È cretina.
Cretina perché ha confuso l’ilarità con il casino.
Con la battutina. Con la simpatia.
Cretina perché ride per adattamento, per cortesia, per dovere.
Ride per confermare. Mai per distruggere.

Il cretino ride come il pubblico delle sitcom.
Ilare ride come un filosofo che ha perso il lavoro.
Come una santa che bestemmia.
Come un poeta che mangia pane duro e sputa oro.

La risata ilare ha colore.
Ha blu di angoscia, rosso di rabbia, giallo di follia, nero lucido di memoria.
Ha tinte sporche, esplose, non filtrate.
Non è mai pastello.
Non è mai neutra.

Ecco perché chi è ilare non può essere programmato.
Perché chi è ilare è imprevedibile.
È potente.
È pericoloso.

L’ilarità è una forma di genio.
È una danza tra la lucidità e l’eccesso.
È una scienza che non si può insegnare, ma si riconosce.
Quando entra in una stanza, la stanza cambia.
Quando parla, nessuno osa interromperla.
Quando ride, il silenzio si inchina.

E chi non ride così?
È perduto.
È complice.
È inutile.

Ilarità è una linea di sangue tracciata sul muro della coscienza.
Un riso che non consola, ma rivela.
Che non semplifica, ma taglia.
Che non calma, ma incendia.

Non si può essere davvero vivi senza essere ilari.
E non si può essere davvero ilari senza prima aver guardato la morte in faccia,
e averle detto: “Fammela una battuta.”

Ecco perché io rido.
Ecco perché noi ridiamo.
Non perché siamo leggeri.
Ma perché siamo così profondi
da non avere più paura di far esplodere tutto.

Articoli recenti

Commenti recenti