La Rosa Nera

Angela Maria Santarosa

Sono una che crede alle cose impossibili, lasciate le vostre idiozie a casa vostra o nel vostro cesso

Il Manicomio Non È Mai Stato Chiuso

C’era una ragazza. Una qualunque. Non un nome, non un volto: solo un numero su una cartella clinica. Aveva bevuto. Era crollata a terra. Perso i sensi. Recuperata dall’ambulanza come un oggetto rotto da buttare in deposito. La portarono in pronto soccorso. Si svegliò la mattina dopo, legata a un letto. Braccia e gambe strette con lenzuola annodate, sporche di sangue. Un infusore appeso, ma nessuna flebo. Aveva sete. Chiese acqua. “Non si può.”

Non era un errore. Era prassi. In Emilia-Romagna, una delle regioni più celebrate per il suo sistema sanitario, questo è ciò che accade a chi cade nella rete della psichiatria. Non conta chi sei. Non conta che tu sia in crisi per un lutto, una ricaduta, un trauma, una malattia mentale vera o presunta. Tutti vengono trattati uguali: sedati, contenuti, puniti. Nessuna diagnosi reale, nessuna cura su misura, nessun ascolto. Una sola regola: spegnere il sintomo, annullare la persona.

Questi non sono reparti psichiatrici. Sono manicomi travestiti. Non li hanno mai chiusi. Hanno solo cambiato insegna. I pazienti non sono persone. Sono animali da contenere, numeri da sorvegliare. Vengono nutriti come pecore, e spesso neanche lavati. Ti sbattono il vassoio in faccia, ti parlano come a una cosa fastidiosa, un peso. Ti spiano anche in bagno, con telecamere nascoste. Sì, nei bagni. Nessuno lo ammetterà mai, ma chi è passato lì dentro lo sa. Non c’è privacy. Non c’è rispetto. Non c’è fiducia. Una ragazza bulimica, ad esempio, non aveva mai vomitato in reparto. Eppure gli operatori sapevano. Perché ti controllano. Sempre. Non ti parlano, ti sorvegliano. Se protesti, ti sedano. Se piangi, ti ignorano. Se chiedi acqua, ti ridono in faccia. Se alzi la voce, ti rinchiudono.

Il contenimento non è un’eccezione. È la regola. La chiamano “contenzione”, ma è un contenimento di gregge. Ti immobilizzano, ti imbottiscono, ti addestrano a non sentire. Perché sentire fa rumore. Sentire è pericoloso. Allora ti zittiscono con il farmaco. Sempre lo stesso. Abilify. Lo danno a tutti. Non importa che disturbo tu abbia. È l’unica cosa che conta. Abilify mattina. Abilify sera. È la risposta a tutto. Una medicina data come fosse acqua, con effetti collaterali devastanti. Insonnia, acatisia, pensieri ossessivi, depressione aggravata. Nessuno ti chiede se ti fa bene. Nessuno ti spiega niente. Ti danno la dose e ti dicono “prendi”.

Nel frattempo, si muore. In un solo anno, tre amici – veri – si sono tolti la vita. Tre. Compagni di stanza, compagni di silenzio. Tre corpi lasciati soli, tre grida che non sono mai state ascoltate. Tre morti dentro strutture pubbliche che avrebbero dovuto proteggerli. E invece li hanno chiusi dentro. Come topi in trappola. Nessun funerale. Nessuna inchiesta. Solo un altro letto da liberare.

E in mezzo a questa morte sociale, anche l’amore è un crimine. Gli abbracci tra pazienti sono vietati. Le amicizie considerate sintomi. Le relazioni, segni di squilibrio. Ma tra quelle mura c’erano occhi che si cercavano. C’erano mani che si sfioravano. C’era un sentimento, nato dal nulla, che resisteva al nulla. Non era follia. Era umanità. Due persone che, nel mezzo del gelo, si erano trovate. E si amavano in silenzio, come clandestini della tenerezza. Ma l’umanità è proibita, nei manicomi moderni. Troppa vicinanza rende meno controllabili. E allora l’amore viene spezzato. Con farmaci. Con isolamento. Con il disprezzo.

Ma c’è di peggio. Dicembre 2024. Un infermiere viene colto in flagrante mentre abusa sessualmente di una paziente. Una ragazza giovane, sedata, sola. Lo Stato l’aveva affidata a quell’uomo. Nessuna conferenza stampa. Nessuna indagine trasparente. Nessun provvedimento pubblico. Solo silenzio. Il solito silenzio. Quello che si impone anche alle vittime. Sedate. Isolate. Zittite. Colpevolizzate. Perché anche lo stupro, nel manicomio moderno, diventa una patologia della paziente. Non una responsabilità dell’operatore.

Questo è razzismo sanitario. Non quello che si fa con le parole, ma con i protocolli. Non si discrimina solo per il colore della pelle. Qui si discrimina per la fragilità. Per lo stato mentale. Se soffri, sei colpevole. Se sei vulnerabile, sei meno. Se ti ammali, sei esclusa. Le diagnosi vengono scritte come sentenze. E poi non si può più tornare indietro. Una volta dentro, sei il tuo disturbo. Non sei più una persona. Sei un caso. Una cartella. Un problema.

Nel sistema psichiatrico dell’Emilia-Romagna – Ferrara, Forlì, Bologna, Reggio, Modena – ovunque, la persona scompare. Resta la diagnosi. Resta la pasticca. Resta il letto. Resta il muro. Ma dentro quei muri ci sono ancora mani che si cercano. Ci sono anime che resistono. Ci sono persone che, nonostante tutto, continuano a sperare in qualcosa di più. In qualcosa di vero. In qualcosa di umano.

Io sono uscita. Ma loro no. Loro sono ancora lì. Legati. Sedati. Spaventati. Aspettano qualcuno che dica la verità. Che non abbia paura. Che non taccia.

Questa non è una confessione.
È una denuncia.
Una dichiarazione di guerra al sistema.
Una voce per chi non ce l’ha più.
Una risposta a chi crede che i manicomi siano solo un ricordo.
Il manicomio non è stato chiuso.
È stato solo rinominato.
E finché continueremo a fingere che non esista, continuerà a fare quello che ha sempre fatto: distruggere.

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