Era una mattina d’alba rosa e lucida,
l’autostrada deserta scivolava via veloce sotto le ruote,
e io guidavo come un uomo in fuga.
Ma non fuggivo da un amore perduto
o da un segreto inconfessabile.
Fuggivo, piuttosto, dal tumulto che si agitava
nelle profondità del mio ventre.
La radio cantava canzoni d’amore,
ma l’unico amore che sentivo
era quello tra le mie viscere
e la libertà di sfogarsi.
Quel richiamo antico, viscerale, pressante,
come un sussurro impudico nella notte.
Solo che non c’erano candele,
solo odore di caffè e sudore,
e la consapevolezza che ogni curva
poteva diventare un tradimento.
La strada era dritta, ma dentro di me si agitava un’onda.
Un’onda torbida, pronta a infrangersi senza preavviso.
Stringevo i denti,
aggrappato al volante come a un’ancora,
mentre la mia mente contava le uscite
e sognava un bagno
come un amante aspetta un incontro clandestino.
“Solo pochi chilometri”, mi dicevo.
Pochi chilometri per placare quella voce
che urlava senza tregua:
“Liberami!”
Ma il tempo si dilatava,
ogni secondo era un’eternità,
ogni segnale di sosta
una promessa che non si compiva.
E mentre il sole saliva, saliva anche la mia ansia.
Un desiderio incontrollabile,
un bisogno che non conosceva barriere.
Un ballo osceno tra la mia dignità
e la disperazione.
Ogni vibrazione dell’asfalto un colpo al cuore,
ogni cambio di corsia un sospiro soffocato.
Alla fine, mi arresi.
Trovai uno spiazzo,
gettai la macchina di lato
e corsi come un innamorato in un film
d’altri tempi.
Non m’importava più di nulla:
era un incontro segreto, un abbraccio disperato,
un momento di intimità assoluta
tra me e il mondo.
E lì, sul ciglio dell’autostrada,
trovai la pace.
Una dichiarazione d’amore non detta,
ma urlata dal mio corpo.
Un atto poetico, una liberazione.
Un amore sporco, ma vero.
E quando tutto fu compiuto,
non avevo un fazzoletto, né un sacchetto.
Così, con un gesto degno di un poeta,
mi sfilai i calzini,
bianchi come neve,
e li trasformai in un velo d’addio,
una carezza per congedarmi
da quel turbine ribelle.
E mentre il vento portava via la mia vergogna,
sorrisi.
Perché anche in un attacco di diarrea, in fondo,
c’è poesia.